Razza partigiana

razzapartigiana.it

UNO DEI MIEI SOLITI TENTATIVI DI GUARDARE IN SINTESI

INNALZARSI AL DISOPRA DEGLI EVENTI, E OSSERVARLI SERENAMENTE

(GIORGIO MARINCOLA, MONTORIO ROMANO, SETTEMBRE 1942)

Clicca qui per acquistare il libro
Razza Partigiana

Non per la qualità della tua danza

Il 20 maggio 2010 a Modena, nel corso dell’ultima presentazione di Razza Partigiana è arrivata la prima, serrata critica al nostro libro: agognata da noi per due interi anni di presentazioni, perché nessuno ci ha mai fatto critiche, quanto meno non direttamente (a parte Valentina: “Un po’ noioso”). E questo non perché il nostro libro sia impeccabile (cosa che non è), ma perché il tema non è criticabile in certi circuiti. Il partigiano mulatto venuto dalla colonia, in qualche modo, incute timore empatico: chi solo pensi di poter criticare Razza Partigiana si sente prossimo all’eresia e al rogo. Perché le strutture culturali sviluppatesi attorno a storie come questa si danno un gran da fare nell’emettere condanne di eresia ed allestire roghi. Questo è un quasi assurdo visto il nostro essere davvero poco ortodossi e allergici alle accademie e alle liturgie.
La critica in questione è venuta da una signora che somiglia all’attrice Ottavia Piccolo, il che l’ha resa simpatica. Ha detto di non trovare la vicenda così tanto particolare e straordinaria. Ha detto che la storia di un santo la fa sobbalzare sulla sedia, così come quella di un medico che negli anni Cinquanta è morto iniettandosi un virus che stava studiando. Che suo figlio sedicenne si sarebbe annoiato a morte a sentire la presentazione. Che suo padre allieta suo figlio molto di più con storie di marinai eroi, essendo del 1918 ed essendo stato ufficiale di marina. Per questo, a suo giudizio abbiamo sprecato tempo, energie e risorse finanziarie. Per questo per lei Razza partigiana rasenta l’inutilità. Ottavia il libro non l’ha ancora letto, peccato; ma una critica preventiva per noi, che non abbiamo “mai criticato un film senza prima prima vederlo”, è interessante lo stesso. Parte da un assunto: noi parliamo di un partigiano mulatto venuto dalla colonia, quindi parliamo di un eroe, il cui presupposto logico-eroico è quello di essere morto martirizzato dalla storia e dai nazisti. È interessante che sia un assunto. Perché nella la realtà delle cose quell’assunto esiste. Quanto meno esiste nella storiografia e nel suo uso pubblico. È proprio l’assunto che noi andiamo criticando a partire dal libro, in qualche modo critichiamo noi stessi: diciamo sempre “siamo partiti con l’idea che era un eroe e siamo arrivati alla conclusione che era un XXX” (dove per XXX mettete quello che volete). Partendo da tale giustificabile pregiudizio, Ottavia dice che non è sexy la nostra storia, che a maggior ragione non lo è per il suo figlio adolescente. Non è sexy quel modo di fare storia. Condividiamo questo pensiero. Mentre Ottavia ci attacca ci risuonano nelle orecchie le parole di una (ormai) vecchia canzone di quelle terre emiliane: Battagliero/ un sepolcro al cimitero ricoperto di lillà/ battagliero /uno sguardo ardito e fiero che rincorre l’aldilà/ Non lo salverà dal cero il fucile mitragliero né un manipolo guerriero lo potrà resuscitar/ corre in cielo corre in cielo/ Oh Battagliero (“Oh! Battagliero”, CCCP – Fedeli alla linea, da “Socialismo e barbarie”, 1987). Tuttavia nel suo criticarci c’è un qualcosa di più da osservare. La storia è sempre più il suo uso pubblico e questo fa perdere il senso del lavoro storiografico. Ti confronti con un pubblico e puoi incappare in un pubblico che si aspetta qualcosa da te. Come a dire Non per la qualità della tua danza/ Balla per me balla per me (“La qualità della danza”, CCCP – Fedeli alla linea, da “Canzoni, Preghiere, Danze del II Millennio – Sezione Europa”, 1988). Per un verso questo meccanismo è uno stimolo forte a scrivere bene di storia, a proporre il proprio lavoro di ricerca in forme più raffinate di quelle dell’ortodossia linguistica scientifica. O semplicemente più gradevoli. D’altro canto un meccanismo del genere depaupera la ricerca del suo stretto senso scientifico, dove un’inutilità della ricerca in sé non è concepibile.
Uno dei due relatori della presentazione, una ricercartrice precaria dell’università di Fiume, ha reagito bruscamente su questo punto asserendo con decisione che è di per sé meritoria, anche di rispetto, una ricerca scientifica svolta nelle condizioni di precarietà in cui l’abbiamo svolta. Che quelle condizioni (parafrasiamo) sono esse stesse la narrazione storica della nostra generazione di ricercatori, delle difficoltà strutturali che gravano sulle ricerche e dell’inventiva stile di-necessità-virtù che dalle difficoltà emerge (dai diamanti non nasce niente, d’altronde) pur restando nel quadro della scientificità.
L’altro relatore, uno storico non ancora trentenne che come noi è interessato al lavoro storiografico collettivo, ha parlato di san Gimignano, patrono di Modena, che secondo la leggenda nel 452 dopo Cristo aveva, con l’aiuto di dio, celato la città nella nebbia al passaggio di Attila e dei suoi Unni. Peccato che gli invasori non abbiano mai attraversato il Mincio, fiume che scorre circa 120 chilometri a nord della città. Questo per sottolineare la decisiva differenza tra una narrazione sexy e una narrazione storica dotata di rigore scientifico. È stata la prima presentazione, questa, in cui al tavolo dei relatori sedevano soltanto persone della nostra generazione.
È stata la prima volta in cui si è parlato apertamente delle nostre difficoltà e possibilità di studiosi. Di quali potranno essere le nostre linee guida, dell’opportunità stessa di avere delle linee guida, di cosa apportare, innovare, sovvertire.
È stata la prima volta in cui si è insistentemente parlato di lavoro storiografico collettivo, di metodo (o meglio di metodi), del valore intrinseco della conduzione collettiva di una ricerca storica e della sua proposizione come storiografia collettiva.
È stata la prima volta in cui ci siamo sentiti partecipi di qualcosa: una sensazione pre-rivoluzionaria? Ed è stata la prima volta che siamo stati criticati.
Non crediamo che sia casuale la contestualità di queste prime volte. Abbiamo partecipato ed assistito ad un confronto tra generazioni, con un curioso effetto di ribaltamento. La generazione a noi precedente (quella del Sessantotto, quella cui hanno somministrato narrazioni eroico-martiriologiche insieme alla minestra e che ha fatto la narrazione eroico-martiriologica di sé stessa) si è ritrovata improvvisamente ad essere il pubblico della generazione successiva, la nostra, che per ragioni storiche, culturali ed anche materiali cerca di fare i conti con padri ed eroi. Questo ci ha ricordato che dobbiamo prenderci la responsabilità di non essere più noi il pubblico e allo stesso tempo che non vogliamo ballare per alcun pubblico, ma per la qualità della nostra danza. Tutto ciò dà una piacevole sensazione di aria fresca: come queste mattine di maggio romano, quando esci e senti la primavera (è stata la prima, vera presentazione?); se poi ci metti le turiste tedesche mezze nude, ma non vorremmo cadere nello stereotipo del “romano piacione”…

Razza Partigiana

Il libro

La prima edizione di Razza partigiana. Storia di Giorgio Marincola (1923-1945) è uscita nell'ormai lontano maggio del 2008. Sanciva, allora, la conclusione di una ricerca durata più di tre anni e la cui scintilla era stato il suggerimento di Mario Fiorentini di indagare una figura così peculiare come quella di Giorg... continua a leggere

Razza Partigiana
Razza Partigiana
Contattaci
Razza Partigiana
Razza Partigiana
Cityteller
Di Laclau, Vattimo e CFK quattro anni fa
Un mese senza Lucia



Razza Partigiana
Licenza Creative CommonsLicenza Creative CommonsLicenza Creative CommonsLicenza Creative Commons