Razza partigiana

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UNO DEI MIEI SOLITI TENTATIVI DI GUARDARE IN SINTESI

INNALZARSI AL DISOPRA DEGLI EVENTI, E OSSERVARLI SERENAMENTE

(GIORGIO MARINCOLA, MONTORIO ROMANO, SETTEMBRE 1942)

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Razza Partigiana

Un buon romanzo e un romanzo ben fatto

PREMESSA: non siamo critici letterari, ma un trio di pseudo-storici, convinti che Roma abbia un’anima ribelle da raccontare senza scorciatoie, senza populismo. Per questo auguriamo ogni bene alla Guida alla Roma ribelle che sta per uscire in libreria a metà novembre.

Quell’estate arrivò in ritardo. Tutti, come apparve un po’ di sole, sparirono. Quel martedì, 11 giugno, era vuoto, incredibilmente vuoto, come fosse domenica. Io andavo, in pochissimo tempo, a via Chiabrera in un percorso letterariamente particolare: dalla Suburra, dove finisce, secondo De Cataldo-Bonini, la Banda della Magliana a quella via (Chiabrera appunto) dove la Banda nacque. Questo per segnalare un fatto banale e scontato: Roma, in quanto luogo di massima produzione culturale in Italia, sconta una sovraesposizione mediatica per cui ogni suo anfratto, ogni strada è stata raccontata da qualcuno o per qualcosa. Per rimanere alla Suburra, per esempio, sono ben tre i libri che hanno questo titolo solo negli ultimi anni: il già ricordato libro Einaudi; La Suburra (con l’articolo) di Filippo Ceccarelli per Feltrinelli; nonché Suburra (senza articolo) di Giulio Marzaioli, ed. Giulio Perrone. Se poi risaliamo nel tempo c’è un vecchio libro, sempre bello, come Il grillo della Suburra di Sirio Angeli. Quel martedì, insomma, andavo alla presentazione di un libro sulla Resistenza (In territorio nemico, Minimumfax, scritto dalla SIC, un collettivo di 115 autori) fatta da un’altra autrice, Paola Soriga, che sullo stesso periodo, per giunta a Roma, aveva scritto un libro di certo successo (Dove finisce Roma, Einaudi). Arrivo. L’aula è abbastanza vuota e si opta per una presentazione/dialogo. Ci si dispone in cerchio. Inizia il dialogo. Io ascolto. Non parlo. Cerco di passare inosservato. Sparisco. Inizio, però, a registrare. Con la mente. Ecco. A un certo punto una frase della Soriga: “Sono usciti tanti libri sulla Resistenza ultimamente …”.  All’improvviso capisco. Capisco perché il suo libro non mi aveva convinto. Capisco perché, invece, In territorio nemico, è un bel libro. Capisco, anche, che è IMPOSSIBILE SCRIVERE UN LIBRO DA SOLO: soprattutto sulla Resistenza; soprattutto sulla Resistenza a Roma. Da anni ci interessiamo di Resistenza romana. Abbiamo scritto qualcosa; intervistato alcuni testimoni; frequentato persone e luoghi che da sempre si occupano del tema. La cosa che sempre ci ha colpito è la quantità enorme di ricerche, saggi, libri, film, canzoni che hanno come sfondo Roma e l’attività antifascista. Se uno pensa solo ai libri su quel periodo: dai mostri sacri (Fenoglio, Pratolini, Morante) ai nostri preferiti (Canali, Petroni), dagli infiniti (e spesso inutili) saggi ai romanzetti c’è da rimettere la penna nel calamaio e andare al parco. Ci sono poi le altre narrazioni che negano, relativizzano, smontano tutta questa attività. E anche in questo campo c’è una sovra-produzione. Per avere un quadro completo di tutto non bastano tre persone (come siamo noi) e per quello, ogni volta che dobbiamo scrivere qualcosa, ci chiediamo “abbiamo visto tutto?”, “abbiamo intervistato il tale?”, “ma se sentissimo anche …”. Una situazione di scacco che ci attanaglia sempre. Chiaro che l’“attanagliamento” porterebbe alla paralisi culturale, ma anche il totale candore della Soriga ci ha spiazzato e, forse, in interiore homine, lo invidiamo. Tralasciamo la pubblicistica e le narrazioni degli altri: quelli che, per brevità, chiamiamo detrattori della Resistenza. Alcune di queste cose le abbiamo lette per dovere di cronaca, per curiosità e per certe cose geniali, come il titolo “La Repubblica di Via Rasella”. Titolo questo che avremmo dovuto usare (e osare) noi. Noi chi? I sostenitori della lotta di Liberazione, ossia gli antidetrattori, gli antifascisti. “Dove finisce Roma” è un nostro libro e per quello ne vogliamo parlare. È un buon romanzo anche se è la vicenda un po’ mielosa di una ragazzina che vive la Roma del dopo 8 settembre. La Sorigia compie un errore tipico di chi scrive da solo: “mette tutto” (la presenza di altre persone avrebbero forse evitato l’errore). Ogni episodio famoso di quei 10 mesi è vissuto, non direttamente magari, dalla ragazzina: da Porta San Paolo a via Rasella; dal 16 ottobre al rastrellamento del Quadraro. A un certo punto appare perfino Giame Pintor e il prete si chiama Don Pietro, come richiamo a Pappagallo. In un centinaio di pagine c’è una specie di riassunto con sullo sfondo una popolazione solidale, intelligente, reattiva. Cose vere, ma sempre troppo “volemose bene”. Il 16 ottobre, per esempio (nella copia del nostro libro c’è un refuso e si dice “16 dicembre”), è descritto, cosa successa in realtà anche in questi giorni del settantesimo, come la “razzia dal Ghetto”. Ma gli ebrei furono razziati da tutta, TUTTA, Roma. Perché circoscrivere l’evento a quel quartiere? Mario Fiorentini e i suoi genitori vivevano a Via Capo Le Case e i nazisti andarono lì a prenderli. È allora più interessante e intrigante isolare un episodio e raccontarlo con una qualche chiave particolare. Cosa che, per esempio, fa Giuseppe Mereu in un piccolo, grande libro (Anzio pipes band, ed. Empiria) dove un episodio, lo sbarco di Anzio appunto, è raccontato partendo dalla musica: sia quelle delle cornamuse dei soldati scozzesi, sia quella dei Pink Floyd. Anche, per dire, che l’autore singolo qualche chance ce l’ha … Troviamo, insomma, nelle pagine della Soriga quella Resistenza “movimentista”, “dal basso” in salsa populista che tanto fortuna ha avuto nella Roma veltroniana ma che cozza con la realtà: il libro è infatti carino. Là dove l’aggettivo carino è proprio il paradigma dell’ideologia veltroniana. Il ripiegare di una Grande Storia su “piccoli eventi” azzera le differenza, concilia gli estremi, annacqua i conflitti. Non è un caso che la Soriga, intervistata proprio dal collettivo SIC, rievochi, come numi tutelari, quei libri e quegli autori (L’Agnese va a morire, di Viganò; Il giardino dei Finzi Contini, di Bassani; Fausto e Anna, di Cassola; La casa in collina, di Pavese, Uomini e no, di Vittorini) sui quali zio Alberto era stato perentorio fin dai tempi di “Scrittori e popolo”. In territorio nemico è invece un romanzo ben fatto. Per almeno due motivi che vorremo esplicitare.  Il primo è che dei tre personaggi protagonisti quello più riuscito è il più solitario e solipsistico  se si pensa soprattutto che a scandagliare l’intimo di un individuo sono state 230 mani. Aldo, infatti, vive la vicenda bellica in perfetta solitudine e ci racconta della difficoltà di vivere in quella situazione. Ci descrive quello stato mentale (e politico) definito come “zona grigia”. Il personaggio è davvero ben costruito e restituisce tutti i patemi, le paure di quella situazione con incursioni aeree, tedeschi di passaggio, incertezza sul proprio e altrui destino: del tutto lontano dal carino. Il secondo merito del libro è nell’esplicitare l’esistenza di un punto di vista. Anche un altro zio, zio Mario, ci ha insegnato che “l’alternativa è tra narrazione con interpretazione incorporata – che è la vecchia pretesa dell’oggettivismo storico – e il suo contrario: interpretazione con incorporata la narrazione,- che è il nuovo corso della ricerca politica di parte operaia” (Operai e Capitale). A fare i colti potremmo citare l’irrompere del pittore nel quadro (come il classico Caravaggio di Davide con la testa di Golia); ma preferiamo spiegare il concetto ricorrendo al rock. In particolare al gruppo rock italiano più importante nell’aver diffuso una nuova epica resistenziale, i Gang. Nel loro repertorio vi sono due canzoni molto belle sulla Resistenza. La prima è Eurialo e Niso. Il testo è in realtà di Massimo Bubola e riprende  la sortita notturna del nono libro dell’Eneide (che Virgilio riprende da quella di Diomede e Ulisse dell’Iliade) per trasferirla dopo l’otto di settembre quando Eurialo “un fornaio” e Niso “uno studente” attaccano un accampamento tedesco. Il testo è bello, poetico ma asettico, oggettivo, mitologico. L’altra canzone è invece La pianura dei sette fratelli. Qui c’è una maniera di raccontare la vicenda con un prima, un dopo e un oltre la Resistenza: si parla, infatti, di quella sapienza contadina, quell’umanesimo di razza contadina (Quasimodo) che ha fatto della vicenda dei fratelli Cervi un topos. Ma c’è soprattutto, alla fine del testo, la mossa geniale di far apparire i Gang: in quella pianura,/da Valle Re ai Campi Rossi/noi ci passammo un giorno/e in mezzo alla nebbia/ci scoprimmo commossi. L’ultima parola della canzone, evoca quella commozione, che è in realtà la prima importante operazione da compiere (quell’indignazione che da solo non basta);  l’interpretazione che richiede poi una narrazione. In In territorio nemico la presenza degli autori è sempre fra le righe: un collettivo di persone sparse in un territorio vasto (e nemico?), ben organizzato, anonimo ma neanche troppo (in fondo i “generali” del progetto sono noti), che descrive la Resistenza come un collettivo di persone sparse in un territorio vasto (e nemico!), ben organizzato, anonimo ma neanche troppo (in fondo i “generali” del progetto erano noti almeno al Casellario Politico Centrale). Il libro, insomma, riesce a far trasparire la fatica del lavoro, la grandezza del tentativo; anche se siamo consapevoli, da bravi nipoti, che se per agire bisogna scrivere, come livello della lotta stiamo parecchio indietro.

Razza Partigiana

Il libro

La prima edizione di Razza partigiana. Storia di Giorgio Marincola (1923-1945) è uscita nell'ormai lontano maggio del 2008. Sanciva, allora, la conclusione di una ricerca durata più di tre anni e la cui scintilla era stato il suggerimento di Mario Fiorentini di indagare una figura così peculiare come quella di Giorg... continua a leggere

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