Razza partigiana

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UNO DEI MIEI SOLITI TENTATIVI DI GUARDARE IN SINTESI

INNALZARSI AL DISOPRA DEGLI EVENTI, E OSSERVARLI SERENAMENTE

(GIORGIO MARINCOLA, MONTORIO ROMANO, SETTEMBRE 1942)

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Razza Partigiana

L’Archivio nell’epoca della sua riproducibilità  tecnica

L’Archvio e la tragedia
Tempo fa ci dissero l’archivio è ciò che rimane di un naufragio. Ci sembra vero alla luce della pluriennale consuetudine con ambienti e documenti che costituiscono, nel senso più profondamente polisemico, un archivio. Parola questa che indica tre cose: il complesso dei documenti prodotti da una singola persona o da un insieme di persone (famiglia, istituzioni, associazioni, etc etc); il locale in cui un ente conserva il proprio archivio; l’istituto nel quale vengono concentrati vari archivi di diversa provenienza: in inglese, si preferisce per questo il termine plurale, ad esempio i National Archives di Londra.
L’archivio, nel primo significato, è l’insieme dei documenti che una persona (o un insieme di persone) raccoglie o produce. In tal senso si parla di “sedimentazione di carte” e si cerca sempre il fantomatico vincolo archivistico. Il proprio, piccolo archivio è formato, ad esempio, dal certificato di nascita, dalle pagelle, dai quaderni e/o dei disegni delle scuole, dalle foto dai diari. Spesso la conservazione si “scontra” con delle inevitabili difficoltà. Per tornare all’esempio “casalingo” si pensi magari a un trasloco, a un fratello dispettoso, a una madre a cui piace “buttare le cose”. Una nazione, come gli Stati Uniti, dove le persone sono abituate a grandi trasferimenti da una città all’altra, gli archivi familiari acquisiscono molta importanza. Gli Archivi Nazionali (anche questi al plurale!) degli Stati Uniti danno consigli molto pratici sulla gestione delle  “carte familiari”. La conservazione è delegata al singolo che, giorno dopo giorno, tappa dopo tappa, si porta le foto del nonno, il certificato della madre.
L’archivio ha una dimensione tragica, dunque. Chi lo costituisce (sia un singolo, sia un collettivo) deve scegliere il materiale da consegnare alla posterità. Significa, dunque, scartare il superfluo e conservare il necessario. E poi c’è il terzo corno della vicende: l’accessibilità. Tre azioni inscindibili e mutue che obbligano un’attenta analisi del proprio passato. Analisi etimologicamente rinvia a “sciogliere”. Il documento è sciolto e il naufragar gli è dolce nel mare della posterità . Qui avviene lo scontro con la storia, con gli storici: quella parte della società , cioè, preposta allo studio del passato. La mediazione dell’archivio è quindi centrale nell’elaborare il passato: le tracce del passato non possono essere studiate direttamente, ci vuole il filtro dell’archivista. Eppure, al mondo d’oggi, ogni mediazione è giudicata, al meglio, inutile. L’archivista ha l’aspetto del questurino petulante, del burocrate grigio, polveroso e topesco. In Italia, poi, l’archivistica è stata per anni sottoposta al Ministero dell’Interno. Il Ministero per i Beni Culturali è istituito nel 1974 ed ha assunto la responsabilità e le funzioni di altri ministeri. Dal Ministero della Pubblica Istruzione eredita le biblioteche; dal Ministero dell’Interno gli archivi. Da allora è compito del Ministero per i Beni Culturali la gestione e la conservazione degli archivi pubblici e di quelli privati “di interesse nazionale”. Oggi che la chiusura del Mibac(t) è una possibilità: che fare? Uscire dal vincolo pubblico e cominciare un’archivistica “fai da te”? Si vagherà con il proprio archivio personale come un qualunque abitante dell’Ohio?
L’Archivio nell’epoca della sua riproducibilità sociale
Si pensi all’ansia “documentaria” che hanno i vinti della Guerra di Liberazione. Non solo nella narrazione pansiana del Sangue dei Vinti la figura centrale è una bibliotecaria: una quasi-archivista; ma uno dei più importanti archivisti italiani, Elio Lodolini, è stato repubblichino. Il sito http://www.italia-rsi.org/ è un esempio di quanto stiamo dicendo. Un’esperienza tragica, come la RSI, si aggrappa alla fonte documentaria come possibile riscatto. Nel mare della rete è lanciata tutta una seria di siti (http://www.legionetagliamento.com/INDEX0.HTML con documentazione annessa) per avere un “posto al sole” per salvare l’esperienza dei “ragazzi di Salò″. Gli analoghi siti dei vincitori (ad esempio http://www.storiaxxisecolo.it/index.htm) segnano il passo anche da un punto di vista informatico. Le informazioni sono scarse e i documenti difficilmente reperibili.
Si parte dunque dal presupposto che ogni persona e ogni ente, potenzialmente, abbia un archivio. Il problema è quello di stabilirne il valore. Dove la parola “valore” assume il suo senso più curdo: quanto cioè la società voglia/possa spendere per la gestione e la conservazione dell’archivio considerato. Il Mibac(t) è un malato terminale a cui auguriamo una morte serena, un’eutanasia che permetta di salvare il salvabile. Chi sarà il salvatore? I privati forse; l’Europa magari; nessuno è probabile.
Anche l’appena nominato ministro è andato, come primo atto, in quel di Via Tasso a rassicurare su una possibile chiusura. Da quando abbiamo memoria si palese questa possibilità (http://www.razzapartigiana.it/?p=92): anni e anni e nessuno ha mai fatto nulla. Ogni tanto staccano un assegno, peloso ma essenziale, che rinvia il fatto chiaro per chiunque abbia, come noi frequentazione del luogo, che quel luogo deve essere abitato. Abitato in senso lato: persone che vi lavorano, ricercatori che ci passano, scolaresche che visitano. Ma le persone per lavorare devono essere assunte; i ricercatori invogliati; le scolaresche coinvolte. Non ci sono assunzioni, il catalogo dell’archivio (in particolare i nominativi di quelli passati per il carcere) è una chimera, le scolaresche vanno in un museo fondamentalmente noioso. Nessuno mai, di quelli che da anni occupano quei posti, ha fatto qualcosa: vai col tango!
La nascita di un archivio, quale luogo più idoneo, a fare scaturire curiosità e inquietudine è salutare, ma l’utopia di “un archivio in ogni quartiere” porta una serie di critiche che abbiamo più volte cercato di esporre. In questi anni, ad esempio nel territorio romano, si sono susseguite esperienze didattiche “di base”. E’ tempo di una riflessione accessibile sulle queste esperienze, con particolare attenzione ai laboratori R.U.T.S. (Rete Urbana per il Territorio e la sua Storia), al fine di rafforzarne gli metodologici elaborati e di riattivare un protagonismo didattico che negli ultimi anni è risultato schiacciato nelle politiche memorialistiche applicate agli istituti scolastici. Il progetto R.U.T.S. (Rete Urbana per il Territorio e la sua Storia), avviato nel 2005, ha mostrato come attività laboratoriali, quantunque non curricolari, siano determinanti per far accostare degli studenti medi ad uno studio più approfondito e sistematico della storia. RUTS, che prendeva le mosse da un progetto Fabbrica della memoria, di due anni precedente, ha promosso una serie di laboratori scolastici in diversi quartieri (Pigneto/Prenestino, Centocelle, Casalbertone, La Rustica, Tor Sapienza, Quadraro, Quarticciolo, Valle Aurelia, Tufello, Casal de’ Pazzi). Per questo una riflessione seria e approfondita deve partire da chi quell’esperienza l’ha fatta e praticata o anche solamente “sfiorata”. Ma va fatta onde evitare errori e semplificazioni sempre in agguato. Anche perché noi lettori di Borges sappiamo che una mappa uno a uno del territorio non serve: si perde di vista il tutto, in un turbinio di micro-storie e/o micro-archivi che non portano a molto (http://www.razzapartigiana.it/?p=1433)
La riproduzione sociale dell’archivio non è un antidoto al POVERACCISMO oggi imperante (http://www.razzapartigiana.it/?p=1410) anzi è il passagio definitivo, secondo la brillante metafora di Carlo Ginzburg, dal telescopio al microscopio. L’ottica è fondamntale; sappiamo bene quanto un molatore olandese di lenti abbbia rivoluzionato l’etica grazie all’amico ottico Huygens. Qui ci stiamo perdendo nei livelli microscopici della materia. Al livello microscopico l’atomo (che i latini chiamano individuo) è un povero cristo, eternamente vittima del caos, Democrito docet. Per quello ora più che mai la vittima è la protagonista delle storie della Storia e non si parla dell’Angola (http://www.razzapartigiana.it/?p=1400). Per quello appare un articolo (http://alessandroportelli.blogspot.it/2014_03_01_archive.html) nell’indifferenza del chiacchiericcio mediatico e degli storici in erba in cui lo stato dev’essere fondato sul “dolore per le Fosse Ardeatine” che se “non diventerà dolore di noi tutti, le vittime continueranno ad essere sole”. Nessuno s’è indignato, nessuno s’è ricordato che, all’epoca del trapasso, i missini più avvertiti e intelligenti salutarono l’abbandono de “La Repubblica di Via Rasella”. Il sano e robusto “nesso Rasella-resistenza-Repubblica” (che i due fascisti istituiscono in termini negativi) è da sostituire con il “nesso Ardeatine-occupazione-Repubblica fondata sul dolore”. Non più sul lavoro, forza motrice della Storia, come ci insegnano in quella strada stretta e in salita del centro di Roma: dal lavoro potere costituente della resistenza alla memoria potenza emozionante delle vittime, come nel Magazzino di Cristicchi. Più che la riproduzione occorre incentivare l’uso sociale dell’archivio. Da sempre ci battiamo, nelle scuole affinché in ogni scolaro, in ogni studente nasca quella curiosità, quell’inquietudine a scoprire il passato proprio e altrui. Per quello ci siamo direzionati sul patrimonio, conservato negli archivi scolastici; esso è frequentemente sottovalutato se non ignorato e offre al corpo insegnante uno strumento indispensabile per la ricerca all’interno delle scuole e  per amicare gli studenti con la propria scuola. L’archivio e la strada (http://www.wumingfoundation.com/giap/?p=1120) devono vivere in mutua risonanza ed è fondamentale portare i ragazzi in un qualche archivio piuttosto che ad Auschwitz o a Bassovizza. Se molti organizzano visite nelle biblioteche, perché gli archivi sono disertati?
La montagna incantata
Vogliamo chiarire alcuni punti che riguardano quel processo, oggi à la page, che si chiama digitalizzazione e che investe l’archivistica in maniera contundente. Prima, anche per una certa deformazione professionale, vi è il problema della conservazione e del luogo ove questa operazione è svolta. Troppo spesso il locali di conservazione sono inadeguati con il rischio, concreto, della salvaguardia dei documenti o peggio delle persone (recentemente nel rogo di un archivio di una multinazionale dell’archivistica, a Buenos Aires, sono morti 9 pompieri). E allora basta digitalizzare? Yes, we (s)can! risponde il geniale pubblicitario di una nota ditta di scanner professionali. Ma la digitalizzazione è nemica per la corretta conservazione: crea un alibi per non curare il supporto cartaceo. La durabilità dello stesso è fuor di dubbio. Basta pensare al banale esempio di un documento cartaceo, di 4/5 secoli fa, oggi perfettamente leggibile e quello di un file di 10 anni fa su floppy-disk del tutto inaccessibile. Inaccessibilità che riguarda sia il mezzo (ossia avere o meno la disponibilità del lettore floppy-disk), sia del formato file (magari una vecchia versione di word sorpassata). Occorre, quindi, avere una certa cura nel programmare una digitalizzazione, scegliendo formati elettronici quanto più aperti possibile e evitando di ridurre il cartaceo a ingombro da chiudere in magazzino o peggio in cantina. Ricordiamo, infatti, che una montagna di carta è, per topi e insetti, una montagna incantata di zucchero. Per fermare i topi i fori devono essere minori di un centimetro quadrato, altrimenti entrano e il piatto è ricco.
La digitalizzazione è corretta se parte dall’idea che il supporto digitale non costituisca una strategia conservativa, ma sia un’opportunità per la diffusione e l’accessibilità alle fonti documentarie. Se, infatti, il documento deve solo “trasmettere” il messaggio ivi contenuto è chiaro che una risorsa elettronica, via web, sia quanto di più efficiente e rapido possa esistere. Chiaro che un lavoro da filologo (pensiamo, ad esempio, a questo libro http://www.ediesseonline.it/catalogo/citoyens/la-lettera-blu) necessiti di un accesso al documento nella sua interezza secondo quella scienza detta archeologia del libro. Ma lo storico “comune” potrebbe benissimo accedere alla risorsa elettronica senza una “visita” all’archivio quale luogo di conservazione. Per questo l’archivistica “fai da te” potrebbe basarsi su delle convezioni fra un ente conservatore (classicamente un archivio di stato) e l’ente intenzionato a costituire un archivio ma non in grado di farlo. Quest’ultimo ente potrebbe, per esempio, dotarsi di un sito e diffondere il materiale digitale, evitando(si) i problemi della conservazione. La diffusione via web dei contenuti è spesso invisa: l’arrivo di un visitatore nell’archivio X prevede un registro, poi magari una relazione e poi magari Y soldini (“poiché abbiamo avuto Z visitatori”). Ma il sistema (X, Y, Z) è un’equazione non risolvibile: Y, X e Z sono pressoché nulli… Che fare? Diffondere, diffondere, senza remora e senza porsi la vexata quaestio del denaro. C’è, infatti, un problema enorme legato alle risorse economiche. Digitalizzare magari; ma poi comunque conservare e diffondere, magari gratuitamente, i contenuti: questa la soluzione per il sistema. Y, i soldini, si trovano sempre, a volerlo! Non caschiamo nella trappola “non c’è una lira”: anche perché la lira non c’è più da talmente tanto tempo che il proverbio non si è aggiornato. In quel senso ci piace molto il progetto http://grafton9.net/ che, comprato un scanner, vuole liberare i pescetti rossi nell’oceano. Per gli squali, poi vedremo, ma in tanto nuotano in uno spazio aperto.
Proust e il calamaio
Il vero supporto della nostra memoria è il foglio A4. Il supporto più durevole è il cartaceo. Punto: tutto il resto è noia, canta quel cialtrone. I neuroscienziati poi ci hanno ampiamente edotto sul legame fra memoria e cartaceo e su quanto i supporti digitali non lascino tracce nei nostri neuroni. Questo vale anche per questi primi “nativi digitali” con cui interagiamo quotidianamente. Bisogna poi ricorrere alla “scienza dei materiali” per sapere quanto la carta sia fondamentalmente di origine vegetale (quindi una risorsa infinita), mentre i materiali elettonici (almeno per ora) siano semi-conduttori (quindi “in esaurimento”). Il futuro? Per ora parliamo del passato con un’altra considerazione da neuroscienziati in erba. La memoria è infatti un fatto individuale (atomistico direbbero i greci) e quindi la memoria collettiva non esiste. O meglio “esiste su carta”: su quel supporto, utilizzato dalle gazzette, che ripetutamente la invocano per esorcizzare la politica. Spesso, invertendo i genitivi, si ha la sensazione che le politiche tese a evocare una memoria collettiva siano in realtà un surrogato alla memoria e alla storia di quando c’era la politica. Ci sembra, modestamente, che al tramonto della politica segue una notte di morali provvisorie e passioni tristi a parlar di fontanelle, a raccontare di vittime.

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La prima edizione di Razza partigiana. Storia di Giorgio Marincola (1923-1945) è uscita nell'ormai lontano maggio del 2008. Sanciva, allora, la conclusione di una ricerca durata più di tre anni e la cui scintilla era stato il suggerimento di Mario Fiorentini di indagare una figura così peculiare come quella di Giorg... continua a leggere

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