|
|
| |
La ricerca su cui si basa "Razza partigiana" è iniziata nel gennaio del 2005. L'idea è nata da un suggerimento di Mario Fiorentini, un partigiano romano che dopo la liberazione della città seguì un percorso resistenziale simile a quello di Giorgio, arruolandosi nell'intelligence militare statunitense e facendosi paracadutare oltre la linea Gotica nell'estate 1944. Mario è per noi un amico, oltre che un maestro di critica, laicismo, complessità delle cose e diffidenza nei confronti dell'ufficialità. I dati fin lì raccolti servirono alla realizzazione della mostra didattica "Studenti per la libertà. Roma 1943-1944", esposta a Roma negli spazi del Vittoriano in occasione del sessantennale del 25 aprile. La mostra era incentrata sulle figure di Giorgio e di Massimo Gizzio. Nel corso di quell'anno è maturata in noi l'idea di ampliare la ricerca su Giorgio e per qualche tempo tentammo di riferirci alle istituzioni romane legate alle politiche della memoria. Il tentativo non è andato a buon fine e ci chiarimmo che l'unica via possibile sarebbe stata quella di procedere per nostro conto, di svolgere una ricerca che seguisse i canali bibliografici, archivistici e memorialistici necessari ma che fosse in tutto e per tutto autogestita ed autofinanziata. L'incontro con Gino Iacobelli, responsabile della casa editrice che di lì a un paio di anni avrebbe pubblicato il libro, è stato determinante nel definire una finalizzazione del nostro lavoro, dandoci un tempo ed un ritmo necessari al suo svolgimento. Ci siamo mossi da Roma, di lì seguendo le tracce di Giorgio in Calabria, nel Viterbese, in Piemonte, in Lombardia, in Trentino-Alto Adige ed in Gran Bretagna. È stata l'occasione di intraprendere il viaggio del quale volevamo scrivere la storia. È stata anche l'occasione di sperimentare una ricerca vissuta collettivamente, dall'iniziale raccoglimento di dati fino alla scrittura. Un'occasione importante e formativa da un punto di vista sia scientifico che umano. Abbiamo deciso che non ci sarebbero state firme differenziate nel libro, perché il lavoro è passato sempre per occhi, mani e riflessioni di entrambi e di lì è approdato ad un terreno comune. Così abbiamo perduto il riconoscimento accademico della scientificità della pubblicazione, ma guadagnato molto di più: l’esperienza del lavoro collettivo, della comune critica ragionata delle fonti, del limite, trovato nell’altro, alla propria irragionevolezza, alle proprie forzature o inesattezze. Indispensabile è stato il supporto di una rete umana fatta di amici, conoscenti, archivisti, collaboratori estemporanei che ci hanno accolti, ospitati, aiutati. Questo avrebbe potuto, in termini di risorse, costituire un limite. Di fatto ha costituito la libertà e la ricchezza di questa ricerca. Leggi in formato stampabile |
|
|
| |